Il silenzio pietrificato

scritto da Racconti senza tempo
Scritto Ieri • Pubblicato 11 ore fa • Revisionato 11 ore fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Racconti senza tempo
Autore del testo Racconti senza tempo
Immagine di Racconti senza tempo
Una giovane Medusa si risveglia trasformata in mostro, con capelli di serpente e uno sguardo che pietrifica. Esiliata su un'isola desolata, lotta per sopravvivere tra la fame, il terrore dei propri poteri e la solitudine.
- Nota dell'autore Racconti senza tempo

Testo: Il silenzio pietrificato
di Racconti senza tempo

Il primo suono che sentì non fu un grido né il fruscio delle squame sul suo corpo, ma il silenzio. Un silenzio profondo, rotto solo dal suo respiro affannoso. Non c'era più la brezza che accarezzava il tempio, né il mormorio delle sacerdotesse, né il rumore lontano delle onde. Solo un'eco sorda nella sua testa che continuava a urlare.

Aprì gli occhi e il mondo si distorse. Non vedeva più il cielo azzurro di Atene, ma una cappa grigia e opprimente che le pesava addosso. Il profumo del mirto e dell'incenso se n'era andato, sostituito dall'odore pungente del sale e di qualcosa di marcio. Cercò di alzarsi, ma le gambe non le obbedivano, erano pesanti e rigide come piombo. Le dita che un tempo erano veloci a intrecciare ghirlande per la dea ora si muovevano con una lentezza disperata, sfiorando una superficie ruvida e fredda. Era pietra. Il tempio, la sua casa, era diventato pietra. Ma anche lei.

Un lamento le morì in gola quando sentì qualcosa muoversi sulla testa. Non erano più le sue trecce lucenti che le davano orgoglio, ma un groviglio freddo e viscido. I suoi capelli erano diventati vivi. Un brivido orribile le percorse il corpo mentre una lingua biforcuta le sfiorava la tempia, poi un sibilo. Non era sola. E non era più Medusa, la devota sacerdotessa.

Il panico le tolse il respiro. Tentò di urlare, ma uscì solo un rantolo roco. Si trascinò per terra cercando di allontanarsi da quel corpo che non riconosceva, con le lacrime che le bruciavano gli occhi. Almeno quelle erano rimaste umane. Si mosse a tentoni con gli occhi spalancati, ma tutto era sfocato e distorto come se guardasse attraverso un velo di fumo. Poi vide un uccello, forse un gabbiano, caduto davanti a lei. Un attimo prima era vivo, ora aveva gli occhi vitrei e opachi, le piume diventate una crosta grigia, le zampe artigli scheletrici conficcati nella roccia. Era pietra, completamente, morta. E lei l'aveva fatto.

I giorni che seguirono furono un'agonia di terrore e scoperta. Ogni risveglio era un tuffo nel buio, ogni movimento una conferma della sua nuova realtà mostruosa. Era stata scaraventata su un'isola arida e desolata, un ammasso di roccia battuto dalle onde e spazzato da un vento implacabile. Non c'era un albero, nessun riparo, solo scogli affilati e il mare infinito, una prigione perfetta. Imparò a muoversi con cautela non per paura di cadere, ma per timore di ciò che i suoi occhi avrebbero potuto incontrare. Ogni rumore, ogni ombra, era una potenziale vittima. Il suo stesso riflesso nell'acqua torbida di una pozza diventava un orrore da evitare, un volto che non riconosceva incorniciato da un nido di vipere sibilanti.

Le sue sorelle, Steno ed Euriale, erano lì, immortali e anch'esse cambiate, ma la loro presenza non le dava conforto. La guardavano con una compassione fredda, un distacco che parlava di un destino condiviso ma non compreso. Parlavano a volte con voci roche che il vento portava via, ma le loro parole sembravano vuote e prive di eco nella sua mente tormentata. La fame era una morsa costante, ma l'idea di cibarsi di qualcosa di vivo la riempiva di un disgusto paralizzante. Come avrebbe potuto avvicinare qualsiasi cosa senza trasformarla? Si nutriva di bacche sparse, di alghe lavate a riva e di rugiada che leccava dalle rocce all'alba, un'esistenza misera e selvaggia lontana anni luce dalla purezza del tempio.

Le notti erano peggio. Il buio amplificava ogni sibilo dei suoi capelli, ogni fruscio della sabbia portata dal vento. Sembrava di sentire le voci delle sacerdotesse, il canto melodioso durante i riti, e vedeva i volti dei suoi genitori, l'espressione fiera di sua madre e il sorriso bonario di suo padre. E poi arrivava il flash accecante della memoria, l'orrore di quella notte in cui tutto era finito. Poseidone, la sua furia cieca, e poi Atena, la sua giustizia fredda e inesorabile. Il suo cuore era un magma di rabbia e disperazione. Perché lei? Perché questa condanna eterna per una colpa che non aveva commesso?

Passarono settimane, forse mesi. Il tempo sull'isola non aveva senso, non c'erano cicli, solo un'eterna grigia monotonia. La sua pelle, un tempo morbida e liscia, era ora dura e squamosa in alcuni punti, un adattamento alla roccia e al vento salmastro. Gli occhi, un tempo luminosi, erano spenti e incavati circondati da ombre perenni. Non piangeva più, le lacrime erano finite, prosciugate da un dolore troppo grande. Aveva smesso di cercare una cura, una via d'uscita, il peso della maledizione era troppo grande. Si era ritirata nel silenzio, diventato il suo unico compagno.

Ogni tanto un gabbiano, più audace o sfortunato degli altri, le volava troppo vicino. Il rumore sordo della caduta sulla roccia era diventato un macabro campanello d'allarme, un promemoria costante della sua terribile potenza. Imparò a chiudere gli occhi, a percepire il mondo attraverso gli altri sensi, a muoversi seguendo le correnti del vento e il rumore delle onde. Ma era come vivere in un guscio, un'esistenza incompleta.

C'erano momenti, rari, in cui la rabbia si trasformava in fredda determinazione. Se era condannata a essere un mostro, almeno non sarebbe stata una vittima inerte. Iniziò a esplorare l'isola a memoria, toccando le rocce con le sue mani mutate, mappando caverne e anfratti. Trovò un riparo, una grotta buia e umida dove la luce del sole non avrebbe potuto raggiungerla direttamente, dove nessun essere vivente si sarebbe avventurato. Diventò il suo santuario, il suo sepolcro. Non desiderava più compagnia, non sognava più di tornare nel mondo degli uomini. Il solo pensiero di cosa avrebbero visto i suoi occhi in chiunque amasse le riempiva l'anima di un orrore peggiore della sua stessa mutazione. La pietrificazione fisica era nulla rispetto alla pietrificazione del suo cuore, trasformato in un blocco gelido di disperazione.

Eppure il veleno più amaro non era nei morsi dei serpenti che le strisciavano sul capo, né nella fame lancinante che le attanagliava lo stomaco. Il vero supplizio era la memoria. Ricordava il tocco gentile di sua madre mentre le pettinava i capelli, il tepore del sole sulla pelle nuda nel cortile del tempio, le risate sommesse delle sue compagne durante le lezioni serali. Ogni ricordo era una scheggia di vetro nel suo cuore pietrificato, un promemoria di ciò che era stata e di ciò che non sarebbe mai più tornata a essere. E poi, inevitabile, tornava l'ombra di Poseidone. Il ricordo di quell'atto brutale, la profanazione nel sacro tempio di Atena e la sua supplica disperata che non trovò ascolto. Fu per quello, si diceva, che la dea l'aveva condannata, non per la sua bellezza o per una colpa vera. Era morta quel giorno, nell'antro buio del tempio. Il suo corpo era solo un guscio, una statua animata di dolore, costretta a un'esistenza in cui l'unica compagnia possibile era la rovina e l'unica interazione un'eterna e tragica trasformazione.

A volte, nel cuore della notte, con la luna che bagnava le rocce di un argento spettrale, si avvicinava alla riva. Il suo sguardo abbassato scrutava l'acqua oscura. Immaginava, per un fugace istante, di vedere il volto della vecchia Medusa, la sacerdotessa innocente. Ma l'immagine si dissolveva, frantumata dalle onde, sostituita solo dal riflesso di ciò che era diventata. Un'ombra, un mostro. E il silenzio, il terribile e eterno silenzio dell'isola, rispondeva alla sua anima spezzata. La sua vita, un tempo un'offerta alla dea, ora era diventata un altare alla solitudine, un monito pietrificato nel cuore del mare.

Il silenzio pietrificato testo di Racconti senza tempo
3